• L’ALTRO, LO STRANIERO, L’OSPITE
    V. 34 (2019)

    Se il pensiero filosofico si è interrogato sulle forme dell’alterità fin dal suo primo apparire, l’epoca contemporanea ha assistito ad una sorta di precipitazione in cui proprio tali forme si sono intrecciate con le sfide geo-filosofiche, il mutamento dei paradigmi di indagine sociale, i nuovi campi del sapere prodotti dalle scienze umane. L’accelerazione che si è prodotta ha dunque coinvolto anche la filosofia interpellata su un doppio fronte: quello propriamente teorico della formulazione o ridiscussione dei paradigmi dell’alterità sui quali si è costruita la civiltà occidentale, e quello epistemologico e metodologico in cui il pensiero interroga il suo pensare l’altro. Ma, rispetto all’attualità socio-politica e alle numerose discussioni pubbliche che la modulano, il pensiero filosofico non può esimersi dal ripensare quanto forse costituisce il suo più proprio o la sua infinita risorsa: l’altro, infatti, a partire dalle forme che assume o in cui si manifesta, si impone sempre come ingiunzione e domanda, soprattutto nel momento in cui chiede ospitalità (fosse pure dell’elaborazione teorica) o in cui appare indossando i panni di quello straniero che, secondo la parola di Michel de Certeau, è “l’irriducibile e colui senza il quale vivere non è più vivere”.

    Si tratterà allora di pensare ancora una volta l’insieme di questioni teoriche ed epistemologiche che l’alterità sollecita e, insieme, occorrerà ripensare a quanto la tradizione filosofica occidentale ha prodotto nel corso della sua lunga storia ogni volta che ha incontrato (o si è scontrata) con quello straniero (espressione dell’estraneità) che ha sollecitato i suoi guadagni teorici o il suo percorso, senza escludere il versante teologico in cui, nelle varie tradizioni religiose, l’alterità si è spesso intrecciata con la trascendenza e ha prodotto riflessioni di fondamentale importanza.

    Convocando voci che intrecciano la filosofia con ambiti disciplinari e metodologici della più vasta area delle scienze umane, il Bollettino Filosofico intende ripercorrere questioni antiche e nuove intorno all’altro e ai suoi volti al di là di quanto viene considerato come accertata e indiscutibile acquisizione, magari in direzione di una riflessione sulla relazione che, come ha scritto Emmanuel Levinas, “non ha misura comune con un potere che si esercita, foss’anche godimento o conoscenza”.

  • Ripensare la fenomenologia, con e oltre
    V. 33 (2018)

    Inseparabile dal suo sviluppo storico, la fenomenologia continua a rappresentare un centrale punto diriferimento del pensiero del nostro tempo, soprattutto rispetto ai numerosi saperi che mettono indiscussione l'ipotesi di filosofia come "scienza rigorosa". La ricezione internazionale del movimento fenomenologico avviato da Husserl, nella varietà delle posizioni, ha da subito mostrato l'impossibilità di una "ortodossia" fenomenologica e forse anche l'intrinseca difficoltà di definirne un oggetto tematico specifico, mentre il problematico rapporto tra universalità delle essenze e singolarità delle esperienze ha prodotto un campo di forze teoriche che si riverbera lungo tutta la contemporaneità. Ma i dibattiti inaugurati dal metodo fenomenologico (si pensi ad esempio alla celebre rottura tra Heidegger e Husserl) hanno investito la filosofia anche e soprattutto dal punto di vista dei suoi metodi, delle sue strutture, degli schemi nei quali si è espressa e continua ad esprimersi, ed hanno per questo rimesso in discussione l'intera storia del pensiero filosofico occidentale. Interrogarsi “con e oltre” la fenomenologia, dunque, significa oggi non soltanto ripercorrerne le tappe significative o i punti di rottura rispetto alla tradizione, ma riprendere l'insieme di domande che hanno scandito la sua evoluzione e che hanno interagito, oltre che con la riflessione filosofica, con gli altri campi del sapere su cui si esercita la ragione dell'uomo. 

  • Poesia e filosofia a confronto. A partire dal moderno
    V. 32 (2017)

    Tra le domande della filosofia, quella sul rapporto tra poesia e filosofia rimette in gioco in maniera feconda entrambi i termini di tale rapporto: lo sguardo filosofico attraversa la poesia e sviluppa, a partire da essa, un discorso in cui la parola è interrogata nel suo ruolo storico e temporale attuale, per fornire di nuovo alla riflessione filosofica quello strumento, di cui essa ha bisogno e che, nell’affidarsi soltanto alle proprie argomentazioni, non riesce a trovare. Tuttavia, tra parola filosofica e parola poetica non può esserci un rapporto subordinato, ma di reciproca fiducia e conoscenza, un rapporto in cui l’una dà all'altra ciò che le manca, nel comune, infaticabile tentativo di comprendere la realtà, nonostante atteggiamenti e punti di vista differenti su di essa. In questione sarà, allora, il senso di una parola che, come la filosofia, anche la poesia frequenta, ma che, passando attraverso il filtro poetico viene trasfigurata e acquista caratteri diversi e - proprio in virtù dell’enigmatico processo di trasformazione che subisce - decisivi. Spesso la filosofia ha cercato una collocazione e una sistemazione della poesia all’interno di un quadro generale, tradendo in questo modo quella tendenza all’egemonia teorica e concettuale, che non di rado la contrassegna. Forse è venuto il tempo in cui a prevalere sia di nuovo una posizione di ascolto filosofico della parola poetica, lasciando che sia la poesia ad offrire alla filosofia ciò che essa vuole e può  donare. Riprendere la domanda sul rapporto tra filosofia e poesia significa tornare a interrogarsi anche sul rapporto tra poeta e filosofo.

    Se il romantico è stato il tempo in cui la poesia ha avuto un posto privilegiato al centro della riflessione filosofica, tanto che la veste di poeta-filosofo si è identificata spesso con quella di filosofo-poeta, nei decenni successivi, e nel corso del Novecento, con il mutare dei problemi e dei metodi assunti dalla filosofia, si è assistito a un analogo mutamento della poesia che, non solo nella forma, ma anche nei contenuti, è divenuta una modalità della lingua entro cui manifestare propriamente un pensiero. Sondare storicamente questo passaggio, coglierne alcune tappe nelle figure di pensatori e poeti del nostro tempo, analizzare i momenti storici e teorici che ne segnano le trame, può gettare una nuova luce su un rapporto sicuramente mutato, anche se mai realmente interrotto. Ancora: dischiudere orizzonti inesplorati nei pensatori-poeti della nostra storia vorrebbe dire accrescere le potenzialità della riflessione filosofica, considerato che anche la poesia si è avvalsa della filosofia là dove ha colto in essa quelle affinità che solo una distanza nel linguaggio ha tenuto nascoste. La sfida da raccogliere è cercare di mostrarle in una nuova luce, sia ripercorrendo la trama di alcuni momenti poetici esemplari, sia ripensando piste inedite della storia del pensiero.

     

  • La pietas del pensiero. Memoria, testimonianza, oblio
    V. 31 (2016)

    Parlare di “pietas del pensiero” può sembrare, oggi più che mai, richiamarsi ad una non meglio precisata “religiosità”, ad una “devozione” capace di porre fine allo smarrimento che attraversa, come un fiume carsico, la realtà e il pensiero che prova a farsene carico. Ma fare appello alla pietas può anche voler dire, per il pensiero, tornare al suo originario compito che consiste nell'interrogare il presente, il mondo, l'uomo attraverso la memoria e la testimonianza, come pure attraverso l'oblio che della memoria e della testimonianza è insieme deriva e occulta risorsa.

    La storia del pensiero filosofico, pur nella varietà delle dissomiglianze, si è sempre interrogata sul senso del suo proprio lavoro, e per questo si è spesso ritrovata nella necessità di “rendere ragione” (nel senso letterale dell'espressione) del suo fare memoria (come implicato dall'idea di tradizione), del suo farsi testimonianza interrogandone il concetto e le forme, della sua lotta contro l'oblio che è causa del risorgere di antiche violenze o del ritorno di fatali ideologie.

    L'attualità di tali questioni interseca o intercetta dibattiti che investono la realtà dell'Europa sotto il profilo culturale, filosofico, sociale e politico e impone al pensiero di riconfigurarsi alla luce delle nuove sfide che si affacciano all'orizzonte (basti pensare, per fare solo due esempi, alla densità teorica assunta dal problema del “perdono” in relazione alla storia, o al problema degli archivi e della memoria nel dominio del virtuale).  

     

  • Nichilismo e Modernità. Ripensando il tragico moderno
    V. 30 (2015)

    «Con il sapere tragico ha inizio il movimento della storia»: così Karl Jaspers riflette sulla genesi della civiltà umana.  La tragicità  del sapere storico giunge a consapevolezza attraversando il problema dei limiti del senso e quello correlato del “nulla”. La questione del nichilismo affonda le sue radici in questo terreno speculativo rappresentando una risposta, polimorfa e moderna, a problemi antichi.

          Il nichilismo, un evento culturale controverso, da taluni definito “anima profonda della modernità” è spesso utilizzato come accusa filosofica per screditare gli avversari sul piano logico e su quello morale. A partire da Nietzsche, è diventato un termine di confronto importante per numerosi pensatori, che hanno visto in esso, di volta in volta, un transitorio decadimento della razionalità umana o l’inevitabile esito del fato postmoderno, al punto che Wilhelm Weischedel ha ritenuto di definire il pensiero contemporaneo come un filosofare all’«ombra del nichilismo». 

    Il “Bollettino Filosofico” si propone di rilanciare il dibattito sul rapporto tra “nichilismo e modernità” per sondarne le attuali declinazioni nelle diverse aree disciplinari e nei diversi ambiti (etico, estetico,  gnoseologico, politico e religioso), alla luce dell’urgenza con la quale i problemi della crisi di senso, fondamenti e valori si manifestano nel sentire contemporaneo, nell’intento sia di focalizzare la pluralità di forme che suscita la riflessione su un tema così ampio, sia di individuare le piste ancora inesplorate del dibattito contemporaneo su questo tema.

  • Analitici e Continentali
    V. 29 (2014)

    Il dibattito filosofico attuale registra fedelmente le mutazioni della società contemporanea e manifesta le sue stesse frantumazioni, specialismi, difficoltà di dialogo che talvolta sembrano sfiorare l’incomunicabilità. In una simile congiuntura le categorizzazioni teoretiche e storiografiche, oltre a rispondere al bisogno di “mettere ordine” nel dibattito, possono rappresentare una preziosa occasione per rilanciarlo, vivificarlo e trasformarlo, rendendo visibili differenze e affinità tra le varie posizioni in gioco e dischiudendo, attraverso il confronto e il dialogo, nuovi orizzonti teorici e possibilità di pensiero.
    La distinzione tra analitici e continentali rappresenta un decisivo punto di riferimento storiografico e teorico, dal quale prendere le mosse per orientarsi in uno scenario estremamente complesso in cui si intrecciano, con l’opposizione e il dialogo, anche sofisticate forme di contaminazione tra tradizioni filosofiche. A quindici anni di distanza dalla pubblicazione del volume di Franca D’Agostini, Analitici e continentali, che proponeva un inventario di questo fondamentale confronto, il “Bollettino” intende ripensare nel suo complesso la questione alla luce delle diverse sensibilità filosofiche con le quali gli studiosi europei, americani e di altre aree geografiche affrontano tale argomento. Di qui l’idea di dedicare ad analitici e continentali il numero della rivista, nell’intento di redigere un bilancio critico e di proporre una visione d’insieme dell’attualità filosofica e delle genealogie che ne costituiscono lo sfondo storico.

  • Croce tra passato e futuro
    V. 28 (2013)

    Il presente volume non intende essere affatto celebrativo o commemorativo della figura di Benedetto Croce, prendendo spunto dal sessantesimo anniversario della sua scomparsa. Egli stesso non amava le occasioni celebrative e detestava gli anniversari, cui opponeva l'impegno quotidiano nel lavoro.

    Siamo certamente lontani dalla temperie culturale degli anni sessanta e settanta, quando ancora prevalevano alcuni vecchi stereotipi e pregiudizi verso la filosofia di Croce: epigono dell'hegelismo, rappresentante della vecchia tradizione retorica italiana, facile solutore di “enigmi” filosofici, olimpico osservatore dei drammi della storia, nemico delle scienze e della cultura scientifica, fautore di conservatorismo culturale e politico… Tra la fine degli anni settanta e i primi anni ottanta, a poco a poco, apparvero invecchiate le antiche polemiche e si riprese a parlare di un “ritorno di Croce” nella cultura italiana, senza avvertire più la necessità - come aveva asserito, alcuni decenni prima, Gianfranco Contini – di «riuscire post-crociani senza essere anticrociani». Certo non a caso, tra gli inizi e la fine degli anni ottanta, apparvero volumi dal titolo Ritorno a Croce o  dal titolo Il ritorno di Croce nella cultura italiana.

    Resta poi da chiedersi se si possa parlare effettivamente di un “ritorno di Croce” negli ultimi due decenni. In realtà, una “moda” crociana non c’è e non c’è stata recentemente, per di più non poteva esserci. A riguardo ha perfettamente ragione Paolo Bonetti, quando ha osservato nella sua Introduzione a Croce per i tipi della Laterza: «Comunque lo si voglia giudicare, Croce è un pensatore moralmente troppo severo per diventare oggetto di moda. Ma è proprio questa “severità” (che non ha nulla a che vedere con il moralismo dei retori, da lui sempre detestato) a rendere paradossalmente possibile una nuova presenza di Croce, per tutti coloro, almeno, che si ostinano, in ogni campo del sapere, a pensare i problemi nella loro specificità e determinatezza storica».

    Sta di fatto che, nell'ultimo trentennio, si sono riprese a stampare per i tipi della casa editrice Adelphi, a cura di Giuseppe Galasso, alcune tra le più importanti opere crociane, ed è stato pubblicato un numero cospicuo di volumi nella Edizione Nazionale delle opere di Benedetto Croce, curata dall’editore Bibliopolis di Napoli.

    Infine, convegni e altre iniziative scientifiche e culturali hanno cominciato a riproporre in certa misura il filosofo e temi legati al suo pensiero, in Italia e all’estero. Si pensi agli studi stranieri degli ultimi due o tre decenni, ad opera di D.D. Roberts,  C. Boulay, R. Zimmer, K. Acham, R. Bellamy, R. Wellek, K. E. Lönne, M. Moss, J. Kelemen, M. Kaposi, solo per citarne alcuni.

    Se in alcuni paesi stranieri, come negli Stati Uniti d'America, si è progressivamente risvegliato l'interesse per la figura e l'opera di Benedetto Croce, in Italia, d'altro canto, al lento declino di alcune mode esterofile è via via corrisposta una rinnovata attenzione per la tradizione filosofica del nostro Paese.

    Sarebbe certamente un compito arduo tracciare una panoramica, sia pure generalissima, delle alterne fortune del crocianesimo negli ultimi decenni: ciò implicherebbe approfondite escursioni nei diversi ambiti di storia delle idee, di storia della cultura, della storiografia filosofica, della tradizione storicistica e di quella idealistica e delle loro reciproche implicazioni teoretiche. Ma non è tale l'intento di questa breve nota introduttiva. L'invito rivolto a studiosi italiani e stranieri a ripensare in maniera critica e problematica importanti temi della riflessione crociana ha avuto piuttosto lo scopo di considerare una possibile riattualizzazione di un pensiero che, come tutti i classici, non è solo consegnato al passato, ma ha ancora qualcosa da dire per il tempo a venire; da qui il titolo del presente numero monografico della rivista: “Croce tra passato e futuro”.

     Non pochi studiosi, di diversa formazione ed orientamento, hanno risposto prontamente a tale invito: da Paolo Bonetti a Romeo Bufalo, a Giuseppe Cacciatore, a Giuseppe Cantillo, a Salvatore Cingari, a Daniela Coli, a Domenico Conte, a Girolamo Cotroneo, a Maria Della Volpe, a Giuseppe Gembillo, a Giuseppe Giordano, a Giovanni Invitto, a Fabrizio Lomonaco, a Eduardo Massimilla, a Aniello Montano, a Myra Moss, a Ernesto Paolozzi, a Rosalia Peluso, a David Roberts, a Emilia Scarcella, a Fulvio Tessitore, a Aldo Trione, a Renata Viti Cavaliere.

    La loro attenzione critica si è concentrata maggiormente sui temi fondamentali del pensiero crociano, proposti nell'iniziale Call for papers: dalla teoria della storia alla problematica etica, a quella estetica, al rapporto tra filosofia e scienza e scienze della cultura, alla questione della “religiosità”, al tema dell'esistenza, ai rapporti di Croce con lo storicismo tedesco, a confronti e paralleli con pensatori italiani e stranieri.

    Va segnalato che in non pochi contributi presenti nel volume, un'attenzione particolare è rivolta - oltre che alle tematiche centrali del crocianesimo - ad alcune questioni che nel passato erano rimaste oscurate da un cono d'ombra, perché ritenuti “minori” rispetto a questioni legate allo storicismo e all'idealismo proto-novecentesco: mi riferisco, in particolare, ai temi dell' “ultimo Croce”: la questione della “vitalità”, il ripensamento del rapporto tra esistenza e storia, l'interesse per quelle  problematiche legate a una “religiosità” vissuta e sofferta, e così via.

    Nel licenziare il volume alla stampa, desidero ringraziare tutti i colleghi italiani e stranieri che hanno contribuito al presente numero del “Bollettino Filosofico”, nonché i componenti della redazione della rivista per il lavoro di editing generosamente profuso.